Pietro Aretino e l’arte del Rinascimento – Intervista alla curatrice Anna Bisceglia

Fino al 1 marzo del 2020 troviamo presso l’Aula Magliabechiana delle Gallerie degli Uffizi la mostra su Pietro Aretino curata da Anna Bisceglia. L’esposizione è composta di sei sezioni, di cui tre cronologiche incentrate sulla vita dell’intellettuale e scrittore nei tre centri principali che qualificano la sua formazione: Perugia, Roma e Venezia, seguite da tre sezioni tematiche che mettono a fuoco aspetti della vita e dell’attività di Aretino, come la sua produzione di testi sacri, generalmente ignorata e che invece riveste un ruolo assai importante nella definizione di intellettuale del suo tempo di questo interessante personaggio. Pietro Aretino, artista della comunicazione del ‘500, mise a punto un sistema di valorizzazione di se stesso e del suo lavoro, studiando di fatto una strategia di promozione attraverso gli strumenti a disposizione all’epoca, il ritratto, la stampa e la cultura. Ma per capire meglio la mostra e il personaggio ne parliamo con la curatrice Anna Bisceglia:

Pietro Aretino, una figura di intellettuale a Firenze…
Si una figura importante da diversi punti di vista che a noi faceva piacere recuperare per il contributo che ha dato alla cultura italiana del suo tempo, non soltanto alla letteratura, ma anche nella storia dell’arte. Aretino tra gli intellettuali e i letterati del Rinascimento è uno di quei personaggi che può vantare di avere avuto relazioni molto strette e quasi di consanguineità con gli artisti a lui contemporanei; un fatto abbastanza inusuale per i letterati che di solito erano chiamati a dare suggerimenti e a valutare le opere solo dopo che erano state realizzate. Aretino ha invece una vicinanza e una continuità molto intima con alcuni degli artisti che era solito frequentare, artisti che servirono alla sua causa letteraria, tanto quanto lui servì alla loro promozione artistica.

Ma in che modo lui creò un legame con i suoi contemporanei, servendoli e servendosene?
Parlando del rapporto con gli artisti, se ne serve di specchio approfittando della loro notorietà, perché con alcuni come con Tiziano e Sansovino, di fatto lavora fianco a fianco a loro: suggerisce a Tiziano quale siano le strategie migliori per vendere se stesso sul mercato, ne accompagna spesso i quadri con lettere o sonetti, al punto da raccontare come una sorta di lettura e di interpretazione l’opera che ha davanti ai suoi occhi.

Qual è il segreto di Aretino?
Beh nell’affiancare la produzione di questi artisti, nell’accompagnare un quadro di Tiziano o una scultura di Sansovino diretta verso il suo rispettivo committente, Aretino racconta qualcosa di quell’opera e qualcosa dello stile di quell’artista e lo fa con delle parole concrete, reali. La specialità di Aretino, quella per la quale è stato definito come primo critico d’arte, è che usa le parole giuste, non più parole astratte o accademiche come poi era in uso fino a quel momento, ma parole giuste per descrivere lo stile con termini aderenti a quello che in realtà si vede attraverso le opere, ciò che il dipinto o la scultura mostrano realmente.

Un esempio?
Un esempio lo abbiamo quando Pietro Aretino parla dello stile di Tiziano: “Tiziano sa far parere le figure vive e vere come fossero li, come se respirassero, come se quella pennellata fosse densa di carne e di sangue”, ed è così, è esattamente ciò che noi ancora oggi amiamo dello stile di Tiziano. Parole che sono passate poi nell’uso storico e artistico prima in Giorgio Vasari, che pesca a piene mani da Aretino, e poi in tutti gli altri scrittori che si sono cimentati nella critica d’arte. Parole che in realtà ancora adesso noi usiamo nella critica e nella storia dell’arte.

Un esempio di dipinto in cui si possa vedere invece la specialità del rapporto che legava Aretino agli artisti?
In mostra troviamo il dipinto di Tiziano “L’allocuzione di Alfonso d’Avalos” che viene dal Prado, che è proprio un caso sintomatico di ciò di cui stavamo parlando. Questo dipinto viene realizzato da Tiziano esattamente con gli occhi di Aretino alle sue spalle, precisamente nel suo studio. Pietro Aretino scrive che una volta terminata l’opera, questo quadro sarebbe servito a celebrare le capacità di questo uomo d’arme, uomo ambiziosissimo, che aspirava al governo della città di Milano: in questo quadro infatti il marchese sta arringando le folle e i suoi guerrieri che non erano stati adeguatamente pagati, promettendo loro la riscossione del loro debito a costo della vita del figlio, che viene qui ritratto un po’ spaurito sulla sinistra. Un’opera molto significativa per il valore morale che contiene e vuole fare emergere.

Al di là di Tiziano, quali erano gli altri artisti con cui Pietro Aretino vantava rapporti?
Tra i tanti artisti troviamo Giorgio Vasari, che potremmo definire come uno dei successi di Aretino. Pietro Aretino fu molto attento non solo a strutturare dei legami con gli artisti già noti del suo tempo, ma fu anche capace di scoprire molti giovani e talentuosi artisti, meritevoli di essere incanalati in una direzione piuttosto che un’altra, trovando per ognuno una direzione giusta, il committente giusto e infine il patrono ideale.

Vasari nasce nel 1510, Pietro Aretino nasce nel 1492, quindi li separava quasi una generazione, ma Vasari nel 1535 quando ha 25 anni, sapeva che in Aretino suo conterraneo, avrebbe trovato un importante appoggio, una sponda grazie alla quale proporsi. Vasari tra le altre cose, c’è da dire che fu molto abile nel sapere tessere trame a suo favore. Inizia così a scrivere a Pietro Aretino, proponendosi a lui come colui che poteva procurargli disegni di Michelangelo, sapendo che l’intellettuale desiderava profondamente opere autografe del Buonarroti, e cosi da Firenze per invogliare le sue grazie, inizia a mandargli dei disegni e dei modellini dalla sacrestia nuova. Pietro Aretino dal canto suo, spinto anche dalla volontà di fare del bene ad un suo concittadino, lo mandò a chiamare e così nel 1540 Vasari arriva a Venezia dove si troverà a realizzare una delle sue primissime commissioni per un soffitto in cui verranno raffigurate in otto parti le allegorie delle virtù teologali, di cui una di queste “la pazienza” è qui presente in mostra. Vasari successivamente seguirà Pietro Aretino nei suoi lavori, allestendo tutti i disegni e le scenografie per una commedia che l’intellettuale compose per il carnevale nel 1542 messa in scena dalla compagnia dei Sempiterni.

Pietro Aretino sappiamo che da un punto di vista letterario fu molto addentro alla produzione di testi anche ritenuti scandalosi per l’epoca…
Si esatto, se parliamo dei sonetti lussuriosi che sono la ragione per la quale Pietro Aretino è noto ai più. Una copia dei Sonetti è qui esposta in mostra. Consideriamo che averla a disposizione è una rarità assoluta, in quanto copia integra. Di questa sua indole però, ad onore del vero, dobbiamo anche smitizzare la figura che nel tempo si è venuta a creare, abbattendo in parte questo un luogo comune. Aretino è considerato uno dei maggiori pornografi del ‘500, ma se si fa un computo di tutte le sue opere, curiosamente emerge che il genere del quale scrive di più sono le commedie e le opere sacre. Di opere pornografiche invece, in tutta la sua vita, ne scrive solo due: i sonetti e il dialogo della “Pippa e della Nanna” dove una madre suggerisce alla figlia se sia meglio esser moglie o meretrice. Entrambi i testi, al di là del contenuto esplicito, sono comunque testi che hanno in sottofondo una profonda denuncia della corruttela della corte nella quale l’intellettuale viveva, mostrando quindi anche una ragione genetica ben precisa.

Aretino fu molto noto ai suoi tempi anche per la sua vasta raccolta di lettere giusto?
C’è un genere che Artino inventa dal 1538, ovvero il genere delle lettere. Lui progetta una nuova forma editoriale, come una sorta di grande romanzo della sua vita in cui c’entra di tutto: i rapporti con i potenti, i suoi pensieri sulla società e sul mondo e molto altro. Questi testi diventano lo strumento di promozione più formidabile che riesce a mettere in campo: ogni sua lettera che sia realmente inviata o che sia essa semplicemente pensata per il libro di lettere è un manifesto pubblico, con l’intenzione di comunicare qualcosa non soltanto all’intestatario, ma è l’intenzione di comunicare i propri pensieri ad un pubblico vastissimo, così che possa essere connesso e possa essere messo a disposizione di una conoscenza condivisa e ampia, con un relativo potere di pubblicità straordinario.

Altri esempi di rapporti con artisti?
Altro esempio di vicinanza che trattiamo in mostra è sia con Tintoretto che Michelangelo. Con Tintoretto, Aretino si soffermerà principalmente sull’opera del “Miracolo dello Schiavo”, riservando parole di profonda stima verso il pittore, soprattutto verso la sua velocità di esecuzione, una pittura rapida, sprezzata. Aretino individua questa velocità impastata, un pennello così carico di materia: “voi avete quella prestezza che fa grande la vostra pittura”. Individua per l’appunto un modo di spiegare Tintoretto che noi utilizziamo ancora oggi. Con Michelangelo invece, grazie ad una stampa del Giudizio Universale, che troviamo qui esposta, ricolleghiamo i due nello scambio di battute e alle lettere che li videro protagonisti proprio al tempo della pittura della Cappella Sistina. Con Michelangelo non scattò mai quel rapporto amicale che Aretino ebbe con tanti altri artisti. Michelangelo per Aretino era il sommo, il massimo artista. Nella seconda metà degli anni ’30 Aretino si sente di scrivere al Buonarroti, permettendosi di dare dei suggerimenti su come l’artista avrebbe potuto immaginarsi la scena del Giudizio Universale, spiegando al non più giovane Michelangelo come nella sua testa aveva visto il momento finale del giudizio, e come sarebbero dovute essere disposte le schiere degli angeli, insieme alle schiere degli inferi e quant’altro. Michelangelo contrariamente al suo carattere ombroso e schivo, ricevendo questa lettera molto pomposa, si produce ina una delle sue epistole più garbate e gentili, manifestando ad Aretino i sensi della sua stima più profonda, riconoscendo in lui un letterato illustre, ma dicendogli sostanzialmente che aveva già programmato tutto per la realizzazione dell’affresco.

Nel 1545 Artino in una sua lettera, arriverà a criticare Michelangelo per la nudità delle figure del Giudizio Universale della Cappella Sistina. Lo scopo era quello di farsi notare oltre che come “critico d’arte” anche come fine intellettuale del suo tempo agli occhi della Chiesa, mostrandosi anche un po’ più moralista di quanto non fosse, il tutto per arrivare attraverso gli appoggi con il papato a diventare Cardinale, come già un altro intellettuale, Pietro Bembo, aveva fatto all’epoca. Una carica quella di Cardinale molto ambita e ottenibile pur non essendo prete, un carica che poteva essere rivestita anche slegata da qualsiasi voto religioso, portando con se tutta una serie di vantaggi e benefici a cui Aretino ambiva, essendo nato non ricco, ma figlio di un modesto artigiano toscano.

Arrivando davanti all’ultimo dipinto della mostra cosa ci può dire sulla figura di questo importante personaggio?
Quest’opera che abbiamo davanti segna possiamo dire la fortuna di Aretino pur essendo stata realizzata nel 1854, a distanza di tre secoli dopo la sua morte. Questa rappresenta un po’ quello che nel mito e nella letteratura era rimasta la vita dell’intellettuale. Tutto parte dal libro che troviamo esposto sotto il dipinto, che contiene la lista dei testi proibiti dalla Chiesa nel 1559, tre anni dopo la morte di Aretino, che include al suo interno tutte la sue opere “Petre Aretini Opera Omnia”, tra cui commedie, tragedie, scritti politici, scritti sacri, lettere e sonetti, tutti tacciati e apostrofati di eresia. Azione che inutile dirlo portò ad una circolazione clandestina delle sue opere. Ed è proprio grazie alla circolazione non concessa delle sue opere, che si iniziò ad alimentarne il mito dello scrittore maledetto, il mito dello scrittore libertino, che nel ‘700 con le mode dell’epoca iniziò a piacere tanto. Fin dalla fine del ‘500 circolavano aneddoti sulla sua morte, una morte secondo molti avvenuta mentre gozzovigliava, in maniera eclatante e godereccia, celebrando in tutti i sensi la leggenda di questo straordinario personaggio, anche se dalla fonti che sono emerse durante gli studi che hanno anticipato la mostra, si è certi che Pietro Aretino morì di apoplessia all’età di 65 senza nemmeno fare testamento. Una morte veloce, proprio come la vita che aveva vissuto.

Testo e intervista a cura di Simone Teschioni
©Levento – Arte, News e Cultura


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