“L’altra realtà”, le nature morte di Osvaldo Licini

Non si può apprezzare fino in fondo un pittore come Osvaldo Licini se almeno una volta nella vita non si visita in religioso e artistico pellegrinaggio Monte Vidon Corrado, paese natale del pittore in provincia di Fermo, per osservare e toccare con mano quei luoghi che prima di celebrare il grande artista, hanno vissuto intimamente l’uomo, tra quei profili collinari che si perdono in orizzonti leopardiani e sconfinati cieli blu, in cui le sue “Amalassunte” e “Angeli Ribelli” sono rischiarati nelle notti d’estate dal tenue chiarore della luna. Affacciati alla terrazza panoramica, proprio a fianco della casa del pittore, divenuta oggi importante museo, si capisce molto bene perché Licini abbia scelto Monte Vidon Corrado come proprio centro e punto di riferimento, intorno al quale, in parte isolato dalle distrazioni del mondo, la sua arte e il suo linguaggio hanno preso vita e dialogato nel panorama internazionale della prima metà del Novecento. Il percorso espositivo dal titolo “L’altra realtà, le nature morte di Osvaldo Licini“, realizzato con il supporto della Regione Marche e della Fondazione Cassa di Risparmio di Fermo, in programma fino al 3 novembre 2019, permette di proseguire l’opera di approfondimento sul pittore iniziata grazie all’attività del Centro Studi Osvaldo Licini e sapientemente raccolta lo scorso anno a Venezia nell’esposizione curata, presso gli spazi della Collezione Peggy Guggenheim, da Luca Massimo Barbero, che ha consentito di dare ampio respiro ed un definitivo eco internazionale alle opere dell’artista, insignito nel 1958 del Gran Premio della Pittura alla Biennale di Venezia.
Quella di Monte Vidon Corrado si configura come una mostra che ha lo scopo di esaminare un periodo e una fase artistica rimasti più inesplorati, godendo di minor attenzione da parte della critica, ovvero i primi anni ’20 del 1900 in cui Licini ha dato vita ad una produzione di ben 23 opere raffiguranti nature morte, tutte riscontrabili all’interno del catalogo Marchiori del 1968. Di questa raccolta sono presenti in mostra ben 10 esemplari provenienti rispettivamente da collezioni private, tra cui figurano il Museo Novecento di Firenze (Natura morta con uva) e il Comune di Montecalvo (Natura Morta). In questa prima mostra sulle nature morte del corpus liciniano, un caso particolare è costituito da  “Natura morta (fiori)” del 1926, uno delle otto opere di cui l’artista aveva mandato le fotografie a Scheiwiller nel 1929 ad integrazione del Questionario per la redazione del catalogo “Art Italien Moderne”.  Il dipinto, ritenuto dunque dallo stesso Licini tra quelli più importanti della sua produzione degli anni ’20, era considerato perduto, fino al suo rinvenimento all’interno di un lotto di un asta, rendendo così assolutamente rilevanti il ritrovamento e l’esposizione in mostra dell’opera.

L’altra realtà di Osvaldo Licini si configura ed emerge in mostra nel parallelo che accosta la cifra stilistica del pittore all’influenza diretta esercitata sull’artista, nella sua fase figurativa, dalla pittura di Cézanne, Van Gogh e De Pisis, interpretando e proiettando poi letteralmente la dimensione oggettiva e realistica dei suoi dipinti, verso quell’astrazione che caratterizzerà fortemente lo stile di Licini negli anni ’30, accostandolo con la sua archipittura ai grandi razionalisti come Lucio Fontana e Fausto Melotti. Una mostra intima, una rassegna preziosa, che permette di approfondire la conoscenza di un grande maestro del novecento, attraverso l’accostamento di oggetti rinvenuti all’interno della casa del pittore e presenti nelle opere esposte, ricreando così idealmente l’accostamento tra le due realtà, quella vissuta nel quotidiano dall’uomo e quella dipinta dall’artista.

“Si tratta di fare una «pittura viva, quand’anche brutta» anzi che «morta, purché bella»”.
(O. Licini)

Testo e fotografie a cura di Simone Teschioni
©Levento.eu


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