L’Ottocento ai Musei di San Domenico di Forlì – Intervista ad Antonio Paolucci

In occasione dell’inaugurazione della mostra “Ottocento – L’arte italiana tra Hayez e Segantini” in programma fino al 16 giugno ai Musei San Domenico di Forlì, abbiamo avuto il piacere di intrattenerci con il Professore Antonio Paolucci, Presidente del Comitato Scientifico del museo, scambiando due parole sull’esposizione e sull’importanza artistica e storica delle 160 opere qui riunite, che offrono un vero e proprio spaccato della storia dell’Italia, dai volti degli intellettuali e dei politici che ne hanno contribuito la nascita, fino alla figura della donna, protagonista dell’età moderna.

Un’esposizione che ci offre un’immagine molto ricca dell’800 come secolo non solo nei suoi eventi storici ma anche dei suoi protagonisti politici, e soprattutto attraverso una sezione dedicata interamente ai protagonisti al femminile. 
P: Si sì esatto. Il fatto che la mostra apra con due meravigliosi ritratti evocativi di Hayez, queste figure femminili dedicate a due eroine bibliche, ci dà la cifra della mostra. Percorrendola ci accorgiamo che il tema femminile ritorna, ritorna con Odoardo Borrani quando descrive le cucitrici, le donne raccolte intorno a un tavolo per cucire le camicie rosse dei rivoluzionari. Un motivo che ritroviamo anche nelle figure di Vittorio Corcos, per esempio c’è un dipinto che chiude la lista di opere esemplificate e presentate qui in questa loggetta, l’ultima, dove si vede una bellissima ragazza vestita di bianco che sta in bilico tra due giovanotti che leggono libri, si intitola “La lettura”. Il significato di questa opera è emblematico ed enigmatico allo stesso tempo quasi, che la protagonista sia padrona del suo destino e non si sia ancora decisa fra i due giovanotti che le fanno la corte. Questo per dire come il tema femminile innerva e attraversa tutta la mostra, una mostra giovane, che si presenta come la carta d’identità di un’Italia ventenne. Un paese giovane, pieno di entusiasmi, ma anche ricco di problematiche come l’immigrazione, le tensioni sociali, le crisi politiche, che tuttavia ne risvegliano l’azione consentendo di maturare di volta in volta una consapevolezza di unità, qualcosa che la storia, la lingua, la religione, hanno ugualmente contribuito ad unire. E la mostra racconta proprio questo, racconta le vicende del remoto passato medioevale, rinascimentale, le glorie dell’Italia, racconta gli eroismi del Risorgimento, le battaglie e i trionfi delle armi italiane contro lo straniero, racconta l’immigrazione, racconta il lavoro, racconta la fatica, racconta il paesaggio, le opere e i giorni degli italiani, con quadri mirabili di Signorini , di Segantini e molti altri. Credo che sarà una mostra che piacerà molto, di questo sono persuaso.

Non solo quadri ma troviamo qui esposte anche meravigliose sculture…
P: Si certo c’è anche una serie di sculture di Vincenzo Vela per dirne uno, “La Madre” di Adriano Cecioni qui alle nostre spalle e altre che via via sono dislocate lungo la mostra, che resta prevalentemente come giusto che sia, una mostra di pittura. Questa sull’Ottocento è una mostra, questo ci tengo a sottolinearlo, che chiude in un certo senso quello che io chiamo “il ciclo della modernità artistica in Italia fra 800 e 900” perché il San Domenico di Forlí negli ultimi 15 anni ha affrontato più volte il tema dell’arte nell’Italia moderna, nell’Italia dell’Ottocento, nell’Italia del Novecento, lo ha fatto con Silvestro Lea nel 2007 , con Adolfo Wildt nel 2012, lo ha fatto con il Novecento italiano nella grande mostra del 2013, una grande esposizione che scorreva come un fiume maestoso, lo ha fatto con Giovanni Boldini nel 2015, lo ha fatto quando qui al San Domenico di Forlí è stato affrontato l’argomento della internazionalizzazione dei linguaggi artistici con il liberty, con l’Art Deco, quando gli artisti italiani nella scultura, nella pittura, nelle arti applicate si esprimono a Roma, a Firenze, a Venezia, a Milano come a San Pietroburgo e a Buenos Aires, come a Berlino, come a Parigi, come a Londra, come a Vienna, fino alla mostra recente e indimenticata, secondo me la migliore della serie, mostra dedicata al genio di Piero della Francesca e al suo riflesso proiettato nelle arti a livello internazionale e nazionale. Internazionale con Hopper e con Balthus. A livello nazionale con Felice Carena, con Virgilio Guidi, con Casorati, con Carrá, con Morandi. Quindi io credo che nessun grande centro espositivo italiano nell’ultimo quindicennio, non Roma, non Milano, non Firenze abbia saputo affrontare come ha fatto il San Domenico di Forlì ,attraverso una quindicina d’anni ripeto, e la serie di mostre che vi ho elencato , con altrettanta efficacia e con risultati scientifici e critici altrettanto importanti, lo studio e la valorizzazione della modernità artistica.

Avevamo accennato prima al discorso legato a quella che è anche la difficoltà di reperire le opere come prestiti per il San Domenico di Forlì.
P: Eh si perché il San Domenico non ha un museo alle spalle. Per i grandi istituti museali italiani per esempio la Galleria Borghese di Roma, o gli Uffizi di Firenze, quando chiedono un prestito a San Pietroburgo o ad esempio a Londra, possono giocare la carta dello scambio, tu mi dai questo quadro e io te ne presto due per la prossima mostra che farai. Questo gioco di scambio, di reciproco integrazione il San Domenico di Forlì non lo può fare perché non ha un patrimonio museale alle spalle. Ciò significa che per mettere insieme per esempio, le 150 opere che arricchiscono questa mostra è stata necessaria una fatica straordinaria per convincere i prestatori, compensandoli in modo diverso per il loro prestito.

Vince quindi in questo caso la scelta del progetto espositivo rispetto alle possibilità di scambio?
P: Esatto, qui al San Domenico vince la qualità del progetto scientifico, noi ci concentriamo nel tenere alto questo valore e quando non sarà più possibile mantenere questi livelli di qualità scientifica, io almeno per quanto mi riguarda, passerò la mano.

Avendo già avuto modo di vedere le opere, quale quella che l’ha colpita di più?
P: C’è una piccola opera di Telemaco Signorini si chiama “l’Alzaia”, un’opera che rappresenta una fatica immane. Raffigura dei manovali che attaccati a una corda tirano contro corrente, su di un lungo un canale, lungo un fiume, una chiatta carica di materiali. In un piccolo quadro viene rappresentata la fatica, la durezza e il sacrificio del lavoro. Ecco questo quadro mi ha molto colpito perché rappresenta un documento autentico di un’epoca.

Testo e fotografie a cura di Simone Teschioni
©Levento


CONDIVIDI SU...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *