Dopo il lungo restauro torna nella Basilica di San Lorenzo, il dipinto su tavola raffigurante Sant’Antonio Abate

Torna nella Basilica di San Lorenzo di Firenze, grazie al restauro eseguito dalla dottoressa Lucia Biondi e reso possibile con il contributo dell’Associazione Friends of Florence, la tavola quattrocentesca raffigurante Sant’Antonio Abate in trono tra San Leonardo e San Giuliano ospitaliere. L’esecuzione, ad oggi ancora ignota da un punto di vista anagrafico del pittore, tende ad essere identificata con la mano del Maestro del “Tondo Borghese”, intorno al quale troviamo una serie di opere riconducibili a quella custodita nella Basilica di San Lorenzo. Altri tentativi di identificazione sono comparabili a Jacopo del Tedesco, allievo del Ghirlandaio come reso noto dal Vasari, o addirittura al pittore Graffione. Molti sono gli elementi che legano l’artista dell’opera alla bottega di Domenico Ghirlandaio, a cominciare dagli elementi vegetali come gli aranci, la leggerezza e la posizione delle figure ritratte e l’impostazione del trono che dal basso lascia intravedere il paesaggio alle spalle di Sant’Antonio Abate, qui raffigurato con una lunga barba bianca, data da una tipica impostazione stilistica quattrocentesca molto usata dallo stesso Ghirlandaio, come ci spiega la dottoressa Nicoletta Pons, studiosa dell’opera. Insieme a queste, altre somiglianze lasciano pensare a varie ipotesi legate alla commissione del dipinto, tra le quali anche quella che vede l’opera eseguita su cartone preparatorio di Domenico Ghirlandaio e solo successivamente affidata in subappalto al pittore, in questo caso possibile collaboratore, per venire così completata.
Circa i tempi del restauro, c’è voluto più di un anno per portare a termine i lavori di pulitura e sistemazione del dipinto, che hanno interessato oltre alle figure principali e le scene legate alle vite dei Santi, presenti nella parte inferiore dell’opera chiamata “predella”, anche la cornice monumentale classificata cronologicamente come non originale, ma pur sempre antica e messa in relazione con la tavola quattrocentesca solo in un secondo periodo, probabilmente a fronte di un possibile spostamento e di una diversa sistemazione dell’opera. La tavola risulta infatti essere ad oggi collocata nella Cappella Da Fortuna, che si trova al lato sinistro dell’altare della basilica, nonostante come riportato dagli stemmi presenti nella predella, sia riconducibile ad una commissione voluta dalla famiglia Taddei, proprietaria della quinta cappella della navata sinistra della chiesa di San Lorenzo.

I problemi principali evidenziati sul dipinto hanno consentito di intervenire sull’opera con un restauro conservativo, agendo inizialmente contro un considerevole attacco di insetti del legno, risolto attraverso le moderne tecniche di anossia, eliminando i tarli per asfissia e stuccando successivamente i numerosi fori di uscita presenti sulla superficie dipinta. In secondo luogo, come illustrato dalla restauratrice Lucia Biondi, si è agito lavorando sulle vernici alterate dell’ultimo restauro degli anni ’50, che dopo essere state opportunamente assottigliate, hanno permesso di eliminare i ritocchi pittorici alterati, concludendo l’intervento con una nuova verniciatura eseguita con materiali reversibili, come previsto dal moderno metodo di restauro. La particolare fragilità del dipinto, emersa con il restauro, è legata alla struttura e al posizionamento delle tavole su cui poi è stata eseguita l’opera: contravvenendo infatti ad ogni uso dell’epoca che prevedeva una disposizione longitudinale delle tavole, qui le troviamo disposte in posizione orizzontale. Questa sistemazione rispetto a quella tradizione, comporta un rischio maggiore di sollevamento del colore nel tempo, causato soprattutto dal peso delle tavole più alte, che comprimendo quelle inferiori, vanno a stringere la superficie a disposizione del colore stesso.
Da inserire insieme all’importanza del recupero del dipinto, troviamo anche il lavoro di pulitura eseguito sulla cornice, ridipinta indicativamente a fine Ottocento in grigio per imitare l’architettura della Basilica di San Lorenzo, grazie al quale sono stati scoperti sul supporto ligneo frammenti di azzurrite e oro zecchino. La preziosità di questi materiali e il loro rinvenimento è servito da guida al team di restauratori per ridecorare e completare nuovamente la cornice, donandogli così un aspetto più simile alla versione originale.

Testo e fotografie a cura di Simone Teschioni
©Levento


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