Sebastião Salgado – “Kuwait. Un deserto in fiamme”

Una Milano tutta riunita alla Galleria Meravigli, pronta ad accogliere Sebastião Salgado, in occasione della presentazione del suo lavoro “Kuwait. Un deserto in Fiamme”, esposto per la prima volta presso gli spazi della Fondazione Forma per la fotografia, a 25 anni di distanza dallo spegnimento dei pozzi in fiamme. Presenti all’inaugurazione pubblica del 20 ottobre, l’Assessore alla Cultura del comune di Milano, Filippo Del Corno e il Segretario Generale della Camera di Commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, Elena Vasco. Ospite dell’incontro oltre al Maestro Sebastião Salgado, anche Mike Miller, pompiere e responsabile della ditta che si è occupata dello spegnimento dei pozzi in Kuwait. La conferenza mediata da Roberto Koch presidente della Fondazione Forma per la fotografia ha visto anche la partecipazione di Domenico Piraina, direttore di Palazzo Reale e di Lélia Wanick Salgado, moglie del fotografo e sua inseparabile compagna di vita, che come in tutte le mostre di Sebastião, anche in questa occasione, si è occupata dell’esposizione e della cura dell’allestimento degli scatti che hanno reso Salgado, testimone vivente del nostro tempo e dei grandi fenomeni storici che lo hanno abitato.

Interessanti in apertura d’incontro le parole di Mike Miller, che con la sua testimonianza traccia un riassunto di quella che è stata per lui e i lavoratori impegnati nello spegnimento dei pozzi, l’avventura che li ha messi davanti ad uno dei più grandi disastri ambientali degli ultimi anni.

Siamo stati in azione nel Kuwait nelle settimane successive alla guerra ed è li che ho avuto modo di conoscere Salgado. È stato un po’ come un sogno. Conoscere una persona così tranquilla, così pacifica all’interno di quel caos, di quella situazione così folle. È stato un piacere poter lavorare con lui. Le foto permettono di capire che periodo folle abbiamo vissuto con 732 pozzi in fiamme per l’esattezza. Non sapevamo da che parte cominciare. Le foto raccontano tutti quei momenti che ricorderò per sempre nella mia vita. È stato un po’ come andare in guerra, una guerra contro questo disastro ambientale gigantesco. Abbiamo speso più di 200 giorni a cercare di spegnere gli incendi, rimanendo poi altri due anni per concludere il lavoro. Sapevamo tutti benissimo a cosa andavamo incontro”.

Un progetto quello di “Kuwait. Un deserto in Fiamme“, in mostra presso la Fondazione Forma per la fotografia, composto da trentaquattro immagini di grande impatto, esposte per la prima volta in una selezione ampliata, arricchita di immagini inedite. Documentare il lavoro, la duplice “Mano dell’Uomo” citando l’omonimo progetto di Salgado che da una parte provoca l’incendio dei pozzi e dall’altra, attraverso l’impegno dei pompieri, cerca di limitarne la portata ambientale e il disastro annunciato. Sebastião Salgado traccia così il suo percorso, la sua vita, partendo dagli studi in economia, fino all’arrivo dirompente della fotografia, musa che gli ha permesso nonostante le difficoltà che la vita gli ha riservato, di diventare uno dei maggiori esponenti viventi di questa forma d’arte e di espressione. Un racconto che passa anche dal “Progetto Terra”, legato alla fattoria dove è nato, per poi concludersi con “Genesi”, il lavoro che gli ha permesso di raccontare il pianeta terra, la natura e i popoli che lo abitano, mostrando allo stesso tempo lo splendore e la fragilità di un bene verso cui l’uomo ha sempre meno cura.
Ospite d’eccezione in occasione della presentazione della mostra, il collega e amico di Sebastião Salgado, Gianni Berengo Gardin, altro Maestro della fotografia, a cui sarà consegnato il prossimo 15 novembre a Roma, il prestigioso premio “Leica Hall of Fame Hadward”.

L’incontro con Sebastião Salgado si è poi chiuso con due domande libere del pubblico presente presso la Galleria Meravigli di Milano, di cui la seconda a cura di Simone Teschioni per “Levento.eu”. In occasione del nostro intervento, Salgado ha risposto con l‘ausilio nella traduzione dal francese all’italiano, di Roberto Koch, che qui riportiamo per i nostri lettori.

In tutti i suoi progetti in tutti i suoi lavori, qual è stato quello in cui è riuscito a trovare nonostante le difficoltà, l’entusiasmo e la forza interiore per riuscire ad andare oltre?
È molto difficile prendere in esame una sola storia, io ho fotografato molto e in molte direzioni, ogni mio progetto portava con se tante piccole storie. Dirne una solo è una domanda difficile a cui rispondere. Durante lo svolgimento del lavoro “La Mano dell’Uomo” mi sono sentito davvero fiero di appartenere a questa specie in continua trasformazione. Devo dire che ho vissuto a livello di intensità dei momenti in cui mi sentivo fiero di appartenere alla razza umana, un animale trasformatore che in qualche modo rappresenta la capacità di cambiare di continuo, attraverso l’utilizzo di strumenti che ha a sua disposizione. Pensiamo ad esempio ai lavoratori delle miniere e di carbone e di ferro e a quello che possiamo produrre con ciò che viene estratto dalla terra. Questi materiali grezzi che poi vengono portati nelle acciaierie, vengono trasformati in tavoli o addirittura navi di dimensioni gigantesche che girano il mondo, e poi una volta concluso il loro ciclo, possono magari venire reinventati come strumenti agricoli o decorazioni di abitazioni. In questo senso nel raccontare queste storie, mi sono sentito molto fiero di essere parte di una specie che ha un’elevata capacità di trasformare e migliorare parte delle cose. Dall’altro lato ci sono stati anche momenti in cui ho avuto vergogna di appartenere alla razza umana, perché mi rendevo conto che forse il nostro destino era quello di sbattere contro un muro, e che forse col nostro comportamento non avevamo il diritto di agire di tante direzioni. Pensando a livello di difficoltà incontrate, posso dire che la nostra capacità distruttiva è un qualcosa che spesso va al di là dell’immaginabile e questo dubbio mi ha attraversato per un grandissimo periodo. Nei giorni scorsi in questo viaggio in Italia, prima a Napoli poi ora a Milano, ho avuto modo di passare a Roma dove siamo stati invitati dalla famiglia Diaz Pallavicini, che mi hanno mostrato la loro collezione, una delle collezioni private più grandi del mondo. Capolavori come Botticelli, Rubens, Velasquez, una quantità di quadri meravigliosi, è stata un esperienza incredibile. Essendo appena tornato dall’Amazzonia ho pensato molto agli indiani con cui sono stato, persone che vivono come si viveva all’età della pietra, in totale assenza di comunicazione e in gradi difficoltà. Pensavo che nonostante la nostra civiltà sia riuscita a creare tutto questo, queste persone che ho incontrato nel mio ultimo lavoro, sono le stesse come in Europa per costituzione, per fisicità, magari dello stesso Velasquez, di Rubens. Ecco l’uomo è riuscito a creare tutto questo, ma esiste da 70.000 anni non di più. Se tracciamo una linea che prende in considerazione tutta la Galleria, la parte relativa al genere umano è poco più di un millimetro. Ci sono state specie diverse, animali con la prestanza fisica migliore della nostra, che hanno vissuto per milioni di anni eppure oggi non ci sono più. L’uomo costituisce solo una piccola parte di tutta questa storia. Il grande dubbio, il mio grande interrogativo, la mia grande difficoltà è capire se troveremo un modo di affermare il diritto, con il nostro comportamento, a continuare ad esistere. Purtroppo non ne sono certo. Questo è uno dei grandi dubbi che mi accompagna sempre.

Testo a cura di Simone Teschioni
Foto a cura di Duccio Fiorini
©Levento


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